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I MOCASSINI DI PAOLO CONTE
E VIA CON ME

  Le canzoni di Conte sono sornionamente equivoche, dotate di testi strepitosi che a volte ingannano l’ascolto e possono far pensare a poesie che abbiano cercato melodie su cui appoggiarsi. Tutt’altro: la partenza è sempre un’intuizione musicale».

Conte è un po’ come Mozart per la classica o Gauguin per la pittura, artisti nel cui mondo è facile entrare, sembrano lì a portata di mano, all’apparenza «elementari», e invece ogni volta si coglie una sfumatura in più e ci si accorge della complessa ricchezza, può risultare prezioso per gli appassionati del cantautore Paolo Conte.

«Non mi piacciono quelli che si raccontano, l’autobiografismo non è cosa mia. Preferisco chiamare in causa un personaggio, una generazione. Fin da ragazzo ho messo sotto osservazione l’uomo del dopoguerra, perché faceva teatro, era uno che si dibatteva, che cercava di rivivere...». E che ai piedi portava un paio di scarpe sfoderate, comode, informali...

«L’invenzione del mocassino è una delle cose più sensazionali. Allora erano gli stivali delle sette leghe. È stato il massimo della goduria. Col mocassino si poteva andare dove volevi, ti faceva sognare, ti faceva venire voglia di scappare. Anche solo con la fantasia».

Siamo in piena mistica della «calzatura libera». E Conte va: «Dopo un po’, questo personaggio mi è rimasto come garanzia di prototipo di quello che siamo al di là dei cambiamenti e di certe mode. L’italiano tipico è un po’ quello lì, simpatico, anche un po’ eroe perdente».
Uno che dice alla sua donna «entra e fatti un bagno caldo, c’è un accappatoio azzurro, fuori piove un mondo freddo» (Via con me);