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La cosa più incredibile di Bocca di Rosa, celebre pezzo conosciuto anche da chi non è legato agli anni e al mondo poetico di De André, è che pare la storia sia vera, ricavata da un episodio di cronaca, sia pure non tale da interessare i grandi mezzi d’informazione, avvenuto nell’Italia bacchettona dei primi anni del secondo dopoguerra.
La vicenda di Bocca di Rosa, e degli ambienti di provincia in cui si trova all’improvviso a “operare” recandovi gioia e scompiglio, è alla base di una delle più belle e riuscite canzoni del primissimo De Andrè.
Il cantautore genovese vi dipinge un intero, incantevole affresco provinciale, descrizione impietosa e sarcastica delle mille ipocrisie, dei mille moralismi, delle mille falsità ideologiche che accompagnano in un paesino dell’Italia del Nord l’arrivo di una ragazza sconsideratamente libera che fa l’amore con tutti, non “per noia” né “per scelta di professione”, ma per pura, semplice, in qualche modo innocente “passione”: un programma di vita molto chiaro e segretamente assai apprezzato da tutti gli uomini del paese, persino dalle “autorità”, dal carabiniere costretto a darle il foglio di via obbligatorio alla fine della storia, sino (si mormora) allo stesso prete.
Ma le beghine, le zitelle, le mogli dei benpensanti non perdonano e Bocca di Rosa – missionaria dell’amor profano – sarà costretta a un’emigrazione forzata: un altro paesino, altre avventure e altre ipocrisie la attendono a pochi chilometri di distanza.
Questa deliziosa ballata acustica costruita comicamente su un ritmo di quieta e insinuante tarantella, uscì – manco a dirlo – nel 1968, anno di rivolte e di sberleffi alla “pubblica morale” da parte di tanti giovani e tanti artisti impegnati, ma è stata poi ripresa mille volte dal cantautore, nel corso dei suoi concerti dal vivo, riproposta in versioni leggermente diverse e sempre molto gradita da un pubblico che non ha mai dimenticato la prima, straordinaria produzione di un musicista-poeta la cui storia artistica s’identifica con la storia stessa della migliore canzone d’autore del nostro Paese.
LA VERA BOCCA DI ROSA E LA BANDA A VAPORE
Bocca di Rosa è esistita davvero? Forse si chiamava Maritza. Era un'istriana bionda, piombata a Genova per togliersi la voglia di Fabrizio.
La storia è raccontata nel romanzo Un destino ridicolo, scritto a quattro mani con Alessandro Gennari e pubblicato da Einaudi.
Fabrizio era a casa, bussano alla porta: "Finalmente riesco a incontrarti", dice la bionda che ha trovato l'indirizzo su un settimanale di musica. Il resto, come si dice in Gallura, "tocca ponillo in canzone" (bisogna metterlo in musica), per quegli eventi eccezionali che è bene fissare in qualche modo per non perderne il ricordo.
Di tutto rilievo è il testo della canzone. Il livello semantico è chiarissimo, eppure non mancano figure retoriche di rilievo. Straordinaria, su tutte, è la metafora “l'ira funesta delle cagnette / a cui aveva sottratto l'osso”, dove le cagnette indicano le donne del paese e l'osso sta per i loro mariti (Inoltre osso costituisce una sineddoche atta ad evitare un'oscenità).
Divertente è l'iperbole. Quella schifosa ha già troppi clienti, / più di un consorzio alimentare.
Icastica è la similitudine iperbolica della notizia che “come una freccia dall'arco scocca / vola veloce di bocca in bocca”.
Qui la BANDA A VAPORE, nella sua re-interpretazione della canzone, si è inventata una efficacissima antitesi musicale, con le parole che si smarriscono in una sospensione ritmica, liberamente accompagnate dalla sola chitarra, quasi senza tempo, così che la freccia visualizzata dal testo (ed appena scoccata) resta come sospesa nel vuoto, ed il racconto prosegue musicalmente irreale in una sorta di assenza di gravità.
In questo spazio senza tempo sono fatti cadere i versi “e alla stazione successiva/ molta più gente di quando partiva” col risultato di passare dal rifiuto sociale alla acclamazione di popolo al di fuori dello spazio storico della narrazione (reso ovviamente come spazio sonoro), per poi tornare alla fisicità ritmica e timbrica dell’orchestra intera con le strofe finali, con l’orchestra recuperata in tutti i suoi strumenti che diviene essa stessa gente, popolo, banda di paese. |