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La "Canzone dell'amore perduto" è interpretata con tono fatalista su una musica del compositore tedesco Georg Philipp Telemann: il tema del concerto per tromba e orchestra in Re maggiore.
La ballata medievale di "Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers" (scritta con Paolo Villaggio) è degna dei monologhi "storici" più oltraggiosi del teatro di Dario Fo.
E poi ancora "Via del campo" e "Bocca di rosa", filastrocche incantate in cui la prostituzione viene ancora una volta redenta in chiave mitica.
A colpire è anche l'interpretazione di De Andrè, che - sul modello di Cohen- indulge sulle tonalità più basse, grazie alla sua voce profonda e baritonale, aggiungendo un tocco di drammaticità.
Con questi brani, De Andrè demolisce, ad uno ad uno, tutti i clichè della canzone tradizionale coronando, in Italia, un'operazione paragonabile a quella compiuta da Dylan negli Stati Uniti.
"Se non avessi mai conosciuto le canzoni di Fabrizio, non avrei mai cominciato a scrivere le mie", ha detto, per esempio, Francesco De Gregori e anche Franco Battiato si è detto debitore delle ballate di De Andrè, tanto che nel suo album "Fleurs" ha voluto incidere due cover ("La canzone dell'amore perduto" e "Amore che vieni, amore che vai") tratte dal primo repertorio dell'artista ligure.
Quelle di De Andrè sono storie ironiche e senza tempo, con personaggi che sembrano quasi schizzare fuori dai versi, con la loro carica di umanita', inquietudine, disperazione. |